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"Cina, le multinazionali frenano ĞRiforma del lavoro troppo carağ"
Data: 12/05/2007
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Corriere della Sera - NAZIONALE -
sezione: Esteri - data: 2007-05-12 num: - pag: 16
autore: Fabio Cavalera categoria: BREVI

Cina, le multinazionali frenano «Riforma del lavoro troppo cara»

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
PECHINO — Operai non retribuiti per mesi. Operai assunti sulla parola da società di intermediazione che trattengono fino al quaranta per cento dei salari pagati dalle aziende. Operai licenziati in tronco senza motivo e prigionieri di reclutatori incontrollati e incontrollabili. Operai che non hanno rappresentanza. Che non hanno protezioni sindacali.
Anche così, la Cina ha costruito la sua forza. Con una esasperante e logorante politica del lavoro, che altrimenti e altrove sarebbe stata chiamata sfruttamento. È il prezzo pagato alla modernizzazione e alla liberalizzazione del mercato. Nel 1997 il quindicesimo congresso del Partito comunista votò il regolamento che ordinava la «cura dimagrante» delle aziende di Stato, 25 milioni di licenziamenti furono eseguiti nel giro di un triennio. L'abbattimento di uno dei pilastri del vecchio modello maoista non fu però accompagnato da incentivi o da risarcimenti o da indennità.
Un bagno di deregolamentazione selvaggia. L'economia cambiò registro. La società pure. I malumori adesso crescono. La stabilità della Cina rischia uno scossone. Il governo intende voltare pagina e sollecita un codice delle relazioni industriali adeguato ai tempi: una ragionata e complessa mediazione fra esigenze di flessibilità e garanzie di stabilità occupazionale. È un passaggio importante. Inaspettatamente problematico. Le resistenze a rimescolare le carte e a riportare un po' di legalità e di ordine nella sfera della contrattazione individuale sono radicate. Le consuetudini — le cattive consuetudini — hanno fatto scuola e si sono diffuse.
Ad opporsi sono in primo luogo i settori più aggressivi della nuova imprenditoria privata cinese che prosperano con l'arbitrio assoluto e impongono retribuzioni al di sotto dei minimi garantiti (che sono stabiliti provincia per provincia e oscillano fra l'equivalente di 50 e 120 euro al mese). Ma sul piede di guerra si sono messe anche parecchie multinazionali straniere, americane, giapponesi, coreane ed europee (gli italiani no). Per loro la riforma del lavoro è fumo negli occhi: una maggiore tutela degli occupati — sostengono — si risolverebbe in un aumento dei costi fissi. «Un guaio», ripetono. E si piazzano di traverso.
Queste grandi imprese si muovono con le armi pesanti di condizionamento di cui dispongono. E il risultato è che si realizza un paradosso: l'Occidente chiede alla Cina più trasparenza, sollecita un sistema certo di garanzie e di welfare ma, quando la Cina cede alle pressioni, lo stesso Occidente dimentica e corre in ritirata.
Le parti e i giochi si capovolgono.
Di riforma del testo (107 articoli) che dal 1995 disciplina la materia se ne parla da un paio di anni. Negli ultimi mesi la discussione è cresciuta di tono ed è uscita da confini solitamente ristretti. Quasi tutti i provvedimenti scivolano nella indifferenza della opinione pubblica, questo sul lavoro invece — su indicazione dei leader cinesi — è sottoposto a una consultazione di massa, quasi un «referendum popolare». La bozza è allo studio della Assemblea Nazionale ma è stato chiesto, sia agli operai sia agli avvocati sia ai professori delle università, di intervenire con valutazioni. Ne sono arrivate più di 200 mila. Un record. Sul tavolo ci sono pure quelle della Camera di commercio americana e della Camera di commercio europea che sono entrate a gamba tesa: una revisione dei regolamenti, risolvendosi in una crescita dei costi del lavoro, potrebbe convincere le aziende straniere a riconsiderare gli investimenti in Cina. I sindacati Usa, appena saputo del passo compiuto dai loro rappresentanti, hanno avviato una campagna per costringere la stessa Camera di commercio a rimangiarsi le minacce e a non ostacolare le procedure di approvazione del codice del lavoro. Probabile che alzino la voce anche i sindacati europei.
Una battaglia sotto traccia. Che avrà vincitori e vinti. Pare che l'opera di «convincimento» avviata da piccoli settori dell'industria privata cinese e da alcune multinazionali americane, purtroppo, qualche risultato lo abbia già sortito: nella bozza originale diveniva obbligatorio discutere ogni mutamento di mansione dei singoli dipendenti. Un freno alla discrezionalità. Nell'ultima versione la formulazione è stata ritoccata e peggiorata: è sufficiente una «consultazione». Un passo indietro.
Come finirà? Il commento di Lin Yanling, illuminata docente di relazioni industriali a Pechino, è pesante: «Se la Cina non riformerà il suo mercato del lavoro una bella fetta di responsabilità se la porteranno dietro quegli imprenditori cinesi privi di sensibilità e di scrupoli ma anche le grandi company del capitalismo occidentale con la loro etica colonialista». Il suo è un atto d'accusa condiviso in molti ambienti riformisti cinesi.



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