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di Elisabetta Margonari
Ariete, Monastir, Ghibli 1°, Twenty Two, Giulia P.G., sembrano nomi di cavalli su cui puntare alle corse, all’anagrafe di Mazzara del Vallo sono quelli di pescherecci italiani. A bordo solo gente di mestiere, che il mare lo conosce bene, lo rispetta e lo sfida per vivere: quei marinai italiani che venerdì hanno salvato 620 immigrati.
Anche questa è una storia di scommesse, di chi rischia la vita per cercare un futuro migliore in un altro paese e di chi mette in gioco la sua per ritrovare due imbarcazioni alla deriva.
Vento a 30 nodi, onde alte fino a 10 metri, una burrasca che non accennava a placarsi, i pescatori erano tutti in porto a Lampedusa, quando da un telefono satellitare viene lanciato un Sos: “aiutateci il mare è in tempesta e noi rischiamo di naufragare”. Cercare una barca in quelle condizioni meteo è una caccia quasi impossibile. La prima viene avvistata da un elicottero della Guardia di Finanza, segnala la posizione, i mezzi della Capitaneria di Porto si dirigono sul posto, ma da soli non ce la fanno, così i marinai offrono aiuto. I motopesca prendono il largo, raggiungono il barcone quando ormai è buio, lo accostano con tutta l’attenzione e la delicatezza di cui possano essere capaci: il rischio è che la “carretta” vada in pezzi o si rovesci, la scortano fino a ridosso dell’isola, dove la risacca è meno forte ed è possibile trasbordare quasi 280 uomini, 21 donne e alcuni bambini. Al porto li aspettano gli operatori del Centro di Soccorso e Prima accoglienza di Lampedusa. I marinai salpano di nuovo. Non c’è più traccia di un’altra barca carica di stranieri che nelle stesse ore è stata intercettata e poi è sparita in quel braccio di Mediterraneo che nessuno sa quante persone abbia inghiottito. Bisogna fare in fretta. L’aereo militare Atlantic la vede a 9 miglia dalla costa, in balia della corrente. I pescherecci la vanno a prendere e questa volta è il Ghibli 1° che accompagna più di 300 immigrati fino ad acque più sicure, dove li carica a bordo e poi li porta a terra.
Sulla banchina di Lampedusa c’è chi applaude al momento dell’attracco.
Meriterebbero una medaglia, un riconoscimento per aver strappato alle onde tutte queste vite, appena il tempo migliorerà torneranno per mare per guadagnarsi da vivere la loro. Il capitano del Twenty Two, Salvatore Cangemi, quello che ha soccorso la prima barca, sul molo sorride, parla orgoglioso del coraggio dei suoi uomini e di quelli degli altri pescherecci, ma si schermisce ai complimenti: “dovevamo aiutarli” spiega e racconta “abbiamo fatto amicizia, sono persone comuni come noi, che cercano solo una vita migliore”. Non si sa in che lingua abbiano comunicato, ma deve essere quella della gente di mare, che non guarda alle bandiere.
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